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    Parma, convegno "La Violenza negli Stadi": le dichiarazioni della giornata

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    Si è tenuto ieri a Parma, nell'Aula Congressi del Dipartimento di Economia - Università degli Studi di Parma, il convegno promosso da A.I.C. sul tema "La violenza negli stadi". Un fenomeno che si è cercato di analizzare da più punti di vista, con le personalità più importanti dal mondo calcistico italiano e dalle strutture dedicate a controllo e gestione delle manifestazioni sportive.

    Dopo una prima parte, in mattinata, dove si sono analizzate le diverse normative vigenti - anche a livello europeo - in tema di stadi, con la partecipazione di tecnici e professori universitari profondi conoscitori dei vari risvolti giuridici di riferimento, nel pomeriggio il punto centrale del convegno si è sviluppato con la tavola rotonda, moderata dal giornalista Matteo Marani: presenti Damiano Tommasi (Presidente A.I.C.), Alberto Intini (Presidente dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive), Giorgio Marchetti (Direttore Competizioni UEFA), Michele Uva (Direttore Generale FIGC), Manuela Bertona (Lega Serie A), Andrea Abodi (il Presidente Lega Serie B), Paolo Marcheschi (Sub-Commissario Lega Pro), Renzo Ulivieri (Presidente AIAC) e Narciso Pisacreta (Vicepresidente AIA).

    Qui di seguito le dichiarazioni più interessanti della giornata, a cui ho voluto aggiungere qualche commento personale sui temi dibattuti.
    Unanime l'accordo sul punto di partenza generale, ribadito da Alberto Intini (Pres. Oss. Naz. Manifestazioni Sportive), sulla certezza della pena: "Nonostante gli episodi di violenza siano diminuiti molto in Italia, negli ultimi 10 anni - dopo l'omicidio Raciti -, e quindi si possano constatare alcuni buoni risultati prodotto dalla normativa in essere, il problema a monte non si risolve con la pesantezza della pena ma con l'effettività di essa". E ancora, sui continui paragoni tra l'Italia e nazioni spesso celebrate in positivo su questi temi, come Inghilterra e Germania: "In realtà il tifoso ultras italiano non è molto diverso da quello inglese o tedesco. Sbagliamo a considerare questi paesi come oasi dove non succede mai nulla. C'è sicuramente una differenza di cultura sportiva del tifoso di calcio medio, derivante da aspetti di tradizione locali più o meno radicati, ma la vera distinzione tra l'Italia e questi paesi europei è insita nella struttura dell'ordinamento giuridico, dove le norme hanno un effetto deterrente maggiore e le pene sono più efficaci perché applicate sempre".

    La possibilità di controllare e gestire possibili situazioni di disordine va chiaramente a intrecciarsi con il problema delle strutture. Gli stadi italiani, a prescindere da un discorso di estetica architettonica rispetto agli impianti moderni, hanno oggettivamente delle carenze funzionali che non permettono di venire incontro alle necessità contemporanee di un evento sportivo, in fatto di spostamento e smistamento di folle di persone, ragionamenti dimensionali sui percorsi e gli ingressi, e quant'altro.

    E su questo punto, sul quale Archistadia ribatte da tempo, ha detto la sua Renzo Ulivieri, Presidente Assoallenatori: "Sarebbe fondamentale ridare il senso di responsabilità al tifoso. Il tifoso di calcio è prima di tutto un cittadino e bisogna puntare a recuperare il suo senso di cittadinanza. Abbattere le barriere all'interno degli stadi può sembrare una soluzione provocatoria ma sarebbe una scelta diretta nell'obbligare il tifoso a cambiare il suo approccio".

    La proposta di Ulivieri, certamente piuttosto perentoria, è però fortemente condivisibile, ancorché parlando di cultura sportiva e senso civico - e, di conseguenza, approccio e comportamento all'interno di uno stadio - i due aspetti non possono restare separati. Troppo spesso si ragiona come se ciò che accade durante una partita di calcio sia qualcosa di completamente a sé stante. Al contrario, invece, è il risultato di un circolo vizioso che parte dalla cultura sportiva e civile di ognuno e si riflette all'interno degli impianti, ingigantita poi da problemi strutturali degli stadi ed errori nell'organizzazione e nel controllo degli eventi.


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    ph parmafanzine.it


    Giorgio Marchetti, Direttore Competizioni UEFA, è intervenuto proprio su questo punto: "È difficile per noi parlare di problematiche specifiche, è possibile che le punizioni in Italia non arrivino ad essere afflittive, d’altra parte sappiamo che uno dei problemi in Italia è anche legato agli stadi, che non sono a livello dei migliori stadi europei. Questo ha dei riflessi sul discorso legato alla violenza. La prima cosa che serve sono stadi moderni. Uno stadio è un luogo di fruizione dello spettacolo, purtroppo gli stadi italiani hanno molti difetti. Serve anche una grande risposta da parte dello Stato ed una grande risposta da parte degli organizzatori sportivi, e molta organizzazione da parte dei Club".

    A queste parole hanno fatto eco quelle di Michele Uva, Dir. Generale FIGC: "Penso che quello che è stato fatto negli ultimi anni in Italia è importante. Io l’ho detto dieci anni fa che probabilmente le norme introdotte post-Raciti non erano complete per poter debellare il problema, però con l’ingresso degli steward negli stadi e con l’utilizzo delle forze di polizia all’esterno dello stadio penso che la situazione all’interno dei vari impianti sia molto migliorata. Questo lo dicono i numeri. Il problema si è spostato fuori dallo stadio, ma quello è un problema dello Stato, non del calcio. Ciò che avviene fuori dallo stadio è un problema di ordine pubblico e dunque della polizia. Non dovete chiedere a noi. All’interno dello stadio la responsabilità è della società, ma se guardiamo i numeri di atti di violenza all’interno degli stadi siamo arrivati al quasi azzeramento. Gli steward stanno crescendo, stanno imparando il lavoro, all’interno va tutto molto bene. La cosa si sposta fuori, ma allora bisogna chiedere al capo della polizia, non più a noi. Cosa serve negli stadi? Ne servono di nuovi, perchè lo dimostra l’Udinese, lo dimostra la Juventus, con stadi nuovi c’è una meravigliosa atmosfera che diminuisce la tensione tra il pubblico e che fa diventare tutto diverso. Due giorni fa ho fatto il delegato per la Uefa per Arsenal-Bayern Monaco, 60mila spettatori, tutto esaurito, e c’erano solo 80 poliziotti".

    Concetti a livello generale piuttosto corretti quelli di Michele Uva ma trovo che sia sbagliato "suddividere" il problema in competenze. Certo, a livello di responsabilità di controllo e intervento, il discorso "dentro lo stadio riguarda il calcio, fuori riguarda lo Stato" è assolutamente da manuale e non fa una piega. Ma è proprio qui, secondo me, l'errore che non può produrre un risultato concreto. Non si può ragionare a settori, proprio tornando sull'idea promossa da Ulivieri (il tifoso è pur sempre un cittadino), e si finisce per ghettizzare l'idea di "tifoso", etichettandolo come una caricatura/categoria che deve essere regolamentata in modo diverso dagli altri. Se il problema di fondo nasce da una cultura sportiva di livello non eccezionale - anche rispetto al resto d'Europa - questa è solo una conseguenza di un senso civico ormai molto indebolito nel nostro paese. E se qualcosa succede fuori da uno stadio, ma coinvolge comunque tifosi che si trovano lì per quella specifica partita, è inammissibile ragionare come se ci fosse una linea pitturata per terra, al di là della quale si scarica ogni responsabilità a qualcun altro.

    Il paragone necessario con alcuni paesi europei "migliori dell'Italia" è proprio su questi puntiNessuno stadio da solo, per quanto nuovo e moderno possa essere, risolverà la situazione, così come non la risolveranno provvedimenti singoli caso per caso (e talvolta anacronistici, come le barriere inserite in curva all'Olimpico di Roma, di cui ho ampiamente parlato qui). Ancor prima che sugli impianti o sul numero statistico di episodi di violenza, dove bisogna imparare - e poi applicare qui, con le dovute modifiche e proporzioni - è su un accrescimento doveroso del senso civico e della cultura sportiva delle persone, e successivamente su un'unità di intenti fondamentale tra Club, Federazione e Stato. Questi sono i punti di forza concreti su cui Inghilterra e Germania hanno svoltato la situazione da 20-30 anni a questa parte ed è importante coglierli per poterli poi applicare "adattandoli" al sistema italiano, evitando il copia/incolla sbrigativo sull'onda dell'entusiasmo.

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